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editoriale_guastamacchia
È patetico, come spesso accade, anche in pubblico,
che noi italiani si ostenti, petto in fuori, una supremazia planetaria delle
nostre Università: ciò è puro frutto di ingannevole fantasia.
Meglio una buona dose di umiltà da cui, con rispettoso realismo, partire
per raggiungere più onesti e concreti, anche se lontani, traguardi.
Carlo Guastamacchia
Orgoglio e pregiudizio
italian
Dental Economist -
1/2006
-
febbraio 2006
È patetico, come spesso accade anche in pubblico, che noi italiani si
ostenti petto in fuori una supremazia planetaria delle nostre Università:
ciò è puro frutto di ingannevole fantasia.
Meglio una buona dose di umiltà da cui, con rispettoso realismo, partire
per raggiungere più onesti e concreti, anche se lontani, traguardi.
Perché questo discorso, apparentemente disfattista? Perché recentemente
sono apparse sui giornali due rivelazioni di grande significato, riguardo
a quale possa essere considerata la reale collocazione della nostra cultura
universitaria, se rapportata a quella dei maggiori Paesi del mondo.
Il fatto che si parli di didattica superiore in generale, e non specificamente
odontoiatrica, nulla toglie al grande significato di quanto citiamo.
Un primo documento ufficiale è quello che riporta la classifica riguardante
i migliori Atenei, in assoluto, nel mondo.
Ebbene, come c'era da aspettarsi, le Università in pole position
sono le due americane:
Harvard e MIT
(Massachusets Institute
of Technology).
I primi Atenei italiani sono La Sapienza
di Roma (centoventicinquesimo!), l'Università
di Bologna (centocinquantanovesimo!!) e l'Università
di Firenze (centonovantesimo!!!).
Pur volendo prendere queste classifiche con beneficio d'inventario, è
certamente obiettivo dire che siamo messi piuttosto male.
Il secondo documento (fonte Think Thank Vision)
è il seguente.
Nel Science Citation Index si può leggere come negli ultimi due
anni metà delle pubblicazioni italiane sono state prodotte da 1274
italiani all'estero mentre, per l'altra
metà, ci sono voluti 52.000 italiani
rimasti in Italia.
Ovvio orgoglio per l'italianità di così tante nostre pubblicazioni
ma desolata malinconia perché la maggior parte di esse sono state battezzate
in Istituti esteri, non italiani.
Una indiscutibile prova odontoiatrica al riguardo?
Prova, si badi, del tutto priva di esterofilia, perché convalida obiettivamente,
per esperienza di tutti, quanto andiamo dicendo.
È, infatti, constatazione comune, come tutti i grandi della odontoiatria
ITALIANA, quelli che abbeverano tutte le
audience nei convegni, nei congressi, nei corsi, quelli che scrivono libri e
pubblicano con grande impact factor
tutti costoro, dunque, sono
colleghi che hanno fatto uno stage, più o meno lungo, in altri Paesi
(USA, Svizzera e Scandinavia in testa).
Detto fenomeno, arcinoto, si verifica costantemente, mentre è praticamente
inesistente il numero di colleghi STRANIERI
che siano in pole position, nel mondo, dopo aver fatto stage applicativi
in Italia.
Parlando solo del nostro orticello odontoiatrico: quali le ragioni di questo
scollamento rispetto all'estero?
Non certo l'applicazione e la genialità dei singoli (in Italia, di genialità,
ne abbiamo fin troppa!) ma la totale inadeguatezza dei sistemi di contesto:
le risorse didattiche (umane e strumentali), l'eccessivo numero di scuole, l'asimmetrico
rapporto tra potenzialità didattiche e aspiranti allievi.
Rimedi? Ci sono, ci sono, ma gli ostacoli non sono economici, sono umani e
di cristallizzato tornacontismo storico.
Quindi, praticamente, anche se spiace dirlo, insormontabili.
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